
Dopo l'ingresso nell'Unione Europea della Slovenia, si può finalmente tornare a considerare il Carso in senso transnazionale.
Un'unica area che da Trieste si spinge a est oltre le grotte di Postumia, a nord del capoluogo giuliano giunge quasi a Gorizia mentre a mezzogiorno della capitale del Friuli Venezia Giulia ingloba una parte dell'Istria.
In quella linea di colline, che si raggiunge con lo sguardo da Piazza Unità d'Italia a Trieste e che fa da cornice al castello di Miramare, sono due i colori prevalenti: il bianco della roccia calcarea, e il verde scuro della scarsa vegetazione che vi riesce a svilupparsi.
Nel Carso l'acqua non è di casa, anzi, c'è ma non si vede. La si immagina dalle depressioni create dal crollo delle volte di grotte sotterranee; ed è in quegli avvallamenti, che la temperatura costante, la presenza di umidita e l'assenza di vento, consentono alla vegetazione di svilupparsi.
Per avvistare l'acqua vera è necessario scendere in una delle innumerevoli grotte (la Gigante è la più conosciuta) che trafiggono il Carso.
Oppure scendere a valle, a San Giovanni al Timavo, presso le bocche del Timavo, risorgenza del fiume omonimo che dopo soli 1,5 chilometri si unisce al mare.